MADRI CHE UCCIDONO.

Articolo dott.ssa Cesira Cruciani


L’aumento degli infanticidi è un dato reale: nel decennio 1993-2003 in Italia sono cresciuti del 41% rispetto al decennio precedente, all’interno del numero complessivo degli omicidi che è invece rimasto sostanzialmente invariato.


Lombroso affermava, in generale, che se un individuo fino a quel momento sano un giorno uccide significa che quell’uomo è mentalmente degenerato. Circa l’infanticidio, il “corollario” lombrosiano era che una donna che uccide il figlio non è più madre, è un lusus naturae, uno scherzo maligno della natura.


Noi dunque siamo da questa eredità lombrosiana condizionati per cui, quando una madre uccide, si pensa che certamente debba avere “qualcosa di storto”, che la sua mente l’abbia tradita.


Non è sempre così, ci sono infanticidi da depressione post partum, depressioni a volte non curate da medici che hanno dimenticato che un malato lasciato a se stesso può anche uccidere. Ma oggi assistiamo ad un inquietante diverso tipo di infanticidio, quello di donne sane di mente, che uccidono davanti alle difficoltà poste dall’accudire il bambino. Per ottenere vantaggi, per eliminare quell’ostacolo che il figlio rappresenta.


Esistono condizioni familiari e sociali che favoriscono l’esplosione della tragedia. Molte giovani coppie entrano in crisi proprio con l’arrivo di un figlio, anche fino alla separazione. Lui si lamenta di non essere più al centro dell’attenzione, lei soffre nel sentirsi imbruttita e appesantita.


E’ chiaro che un bambino cambia fortemente il legame di coppia, ed è un cambiamento molto bello. Ma se quel bambino non è nato prima anche nei pensieri, non è stato atteso e immaginato, e i suoi genitori sono abituati a vivere solo nel presente, quel loro figlio futuro, sarà solo un futuro faticoso e ingombrante.


Gli psichiatri parlano di “depressione post partum”, diagnosi che rivela solo un sintomo non di una malattia, ma della condizione della maternità, di ogni maternità, dove l’amore per il figlio non è mai disgiunto dall’odio per il figlio, perché il figlio, ogni figlio, vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo corpo, del suo tempo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti e anche amori, altri dall’amore per il figlio.


Il figlicidio è un delitto ricorrente nella storia, nei drammi teatrali (come in Medea), nella letteratura e nel tessuto popolare. In tutti noi la notizia di un figlicidio ha una forte risonanza emotiva, scuote la coscienza in ogni persona, in quanto o è un genitore oppure è un figlio.


Il conflitto tra madre e figlio che evolve nell’uccisione del figlio può riguardare tre tipi di situazioni, così come vengono riportate dalla cronaca:


Gli episodi di omicidio-suicidio e quelli in cui il genitore viene subito dopo colpito dal rimorso e si costituisce alla polizia, sono delle situazioni subito chiare ed evidenti agli investigatori e che non rappresentano alcuna difficoltà interpretativa e valutativa.

Più difficile e complesso è il caso in cui la madre uccide e dimentica, non viene accettato dalla coscienza e quindi viene immediatamente rimosso dalla parte consapevole della mente. La madre nega, con convinzione, anche a se stessa e di fronte anche ad ogni forma di evidenza. Se ricordasse il proprio delitto, la coscienza la spingerebbe al suicidio.


Spesso questo accade nella forma di uccidere per raptus ed il dimenticare viene facilitato dallo stato di forte emotività, di cieca violenza, in cui viene commesso il delitto. Dietro questo tipo di delitto si ha un accumulo nel tempo di insofferenza verso il bambino, di rifiuto della sua gestione, di sentimenti ostili contro quello che è e che fa, e con una marcata rabbia repressa dentro di sé.

Alla fine, quando il gesto viene compiuto, non c’è un movente adeguato che possa spiegarlo e giustificarlo.


Le mamme che uccidono e dimenticano sono donne che idealizzano molto se stesse, il loro figlio ed il loro legame. Si presentano come mamme perfette di un figlio perfetto e con un legame perfetto. La ricerca di perfezione nasconde sempre una marcata intolleranza del diverso e dell’imperfetto.

Negano ogni forma di sentimento negativo od ostile e giocano alla apparente madre perfetta, solo interpretando, senza sentirlo, il ruolo di madre comprensiva, amorevole e tollerante.


Spesso si crea un circolo vizioso con la madre che esteriormente è perfetta agli occhi di tutti, ma che dentro di sé rifiuta psicologicamente il bambino. Ed il bambino, che sente ed intuisce in qualche modo il rifiuto e l’ostilità della madre, ci sta male e mette in atto proprio quei comportamenti di pianto, di ribellione e di rifiuto del cibo che non fanno altro che ampliare il rifiuto della madre fino al gesto estremo dell’omicidio del piccolo.


Quando il piccolo, crescendo e differenziandosi, viene percepito dalla madre come “altro da sé” e quindi come un essere autonomo, differente da lei, possiamo considerarlo fuori pericolo. Una “madre normale” non è mai soddisfatta del proprio figlio, sa riferire sempre molti motivi per cui si ritrova ad avercela contro il piccolo, tuttavia sceglie di accettare la diversità del figlio e di non fargliela pagare.